L’essenza e il significato dei sacrifici

 In Dall'Ufficio Rabbinico, Parashà della Settimana

di Rav Shmuel Rabinowitz, Rabbino del Kotel e luoghi sacri in Israele

tradotto ed adattato da David Malamut

Questo Shabbat leggeremo la Parashat Vayikra, la prima parasha del terzo libro della Torah, Levitico, Sefer Vayikra. Questa parasha, che comanda di portare sacrifici, inizia con il versetto:

<<Parla ai figli d’Israele e dì loro: Quando alcuno tra voi voglia offrire un sacrifizio al Signore, tra gli animali quadrupedi potrete fare il vostro sacrifizio della specie bovina e della pecorina (o caprina).>> (Levitico 1, 2)

Dalla formulazione, “Quando una persona tra voi porta un’offerta“, comprendiamo già che l’atto di offrire un sacrificio non è un rituale pagano di macellazione di animali come doni o tangenti alle divinità che controllano l’universo, come era usanza tra i seguaci di antiche religioni fanatiche.

L’enfasi qui è che la persona è destinata a portare qualcosa di sé stessa, il suo cuore e le sue emozioni, e a provare un senso di vicinanza a Dio e amore per Lui attraverso l’offerta. La parola korban (sacrificio) deriva dalla radice karov (vicinanza). Una persona che offre un sacrificio senza avvicinarsi interiormente a Dio con un cuore spezzato e umile non ottiene nulla con la sua offerta. Riguardo a tali individui, il re Davide disse:

…tu non gradisci l’olocausto. I sacrificii di Dio sono lo spirito rotto” (Salmo 51, 18-19)

Quando il Tempio era in piedi, colui che portava il sacrificio era presente per una cerimonia sacra e edificante. Con il canto puro e commovente dei Leviti che riempiva l’aria, riflettevano sul loro stato spirituale e tornavano a Dio con tutto il cuore.

La forza che si oppone alla luce dell’anima è definita nel pensiero ebraico “anima animale“. L’offerta di un animale sull’altare acuiva la distinzione tra umano e bestia, simboleggiando l’impegno della persona verso la vita spirituale, il servizio a Dio e l’affinamento del proprio carattere, in contrasto con la ricerca animalesca dei desideri fisici e dei piaceri corporei.

L’Abarbanel (Don Isaac Abarbanel), nella sua introduzione al Sefer Vayikra, spiega perché l’atto di porre un animale sull’altare è chiamato korban (sacrificio):

Perché questo gesto crea una grande vicinanza tra chi porta l’offerta e Dio.

Sulla base di questa spiegazione, possiamo capire perché una persona che pecca intenzionalmente porta un korban. Sembra logico che qualcuno che si è allontanato consapevolmente da Dio attraverso il peccato dovrebbe offrire un korban per riavvicinarsi. Ma perché una persona che ha peccato accidentalmente ha bisogno di portare un’offerta, e perché la Torah richiede solo a un peccatore involontario di farlo?

Il Rebbe di Lubavitch spiega che il peccato di un trasgressore involontario sta nel lasciarsi attrarre dai desideri e dalle indulgenze mondane anche prima di commettere il peccato effettivo. Queste indulgenze hanno creato uno stato spirituale che ha reso possibile per loro trasgredire, anche inconsapevolmente.

Le cose che una persona fa istintivamente, senza consapevolezza o intenzione, rivelano il suo stato interiore, ciò in cui è immersa e ciò che le procura piacere. Le azioni di una persona giusta sono atti di bontà e santità, mentre chi inciampa nel peccato dimostra attraverso il suo comportamento che la sua attenzione è rivolta ai piaceri mondani e fugaci. Un’azione che accade naturalmente a una persona riflette la sua essenza e ciò a cui è connesso il suo “io“. Di conseguenza, è istintivamente attratta da tali azioni finché alla fine si ritrova a commettere una vera e propria trasgressione contro Dio. Per questo motivo, la Torah richiede un korban per i peccati involontari. L’offerta serve come mezzo di riallineamento spirituale, avvicinando l’individuo a Dio e sollevandolo dallo stato di distanza spirituale di cui potrebbe non essere stato nemmeno pienamente consapevole.

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